Terrazzi - 2/3
Il pastellone
Il primo pavimento che può definirsi alla veneziana è il pastellone che sia Sansovino che Palladio definivano terrazzo.
"Ella si fa con calcina et tegoli o mattoni ben pesti, et s'incorpora insieme.
Vi si aggiunge una parte di scaglie di sasso istriano polverizzato, et questa mistura alquanto soda, si distende sul suolo di tavole ben fitto di chiodi, acciocchè non si torca et resista al peso.
Indi con ferri fatti a posta, si batte et calca per qualche giorno.
Et spianato ogni cosa et indurito ugualmente, vi si mette di sopra un'altra mano o coperta di detta materia, nella qual si incorpora ò cinapro, ò color rosso.
Et pio riposato per qualche giorno se gli da l'olio di lino, col quale il terrazzo prende il lustro per si fatta maniera, che lo uomo può specchiarvisi dentro."
Sul sottofondo come sopra eseguito e ben picchettato ,viene stesa "un'altra mano o coperta" come dice Sansovino, di cotto pesto e calce alla quale potevano venir aggiunte scaglie di marmo istriano (procedimento al quale penso siano pervenuti solo accidentalmente).
Rassodata la coperta fin quasi al completo indurimento, viene steso sopra e pressata con appositi attrezzi, calce e polvere di marmo opportunamente colorata con “cinapro, o colore rosso", meno spesso il giallo e solo raramente il verde. Esperti terazeri erano in grado di eseguire pavimenti di un colore con fasce laterali di colore diverso.
Dopo la stesura la coperta veniva levigata e pressata proprio come fosse un seminato. Lavata la superficie viene stesa la prima passata di pasta che viene costipata negli spazi anche relativamente grandi con una grande spatola con il manico.
La costipazione delle successive mani viene fatta con attrezzi sempre più piccoli per esercitare una pressione sempre maggiore sullo strato soprastante. Il pastellone così composto e così costipato elimina la parte d’acqua che ancora è presente. Essendo la calce un materiale traspirante l’acqua viene eliminata per evaporazione, se però l’ambiente è sufficientemente freddo, questa si raccoglie in gocce tali da sembrare un corpo che traspira.
Dopo l’asciugatura viene dato l’olio di lino crudo fino ad assorbimento totale da parte del pavimento. La lucidatura avviene strofinando con stracci di juta fino ad ottenere una superficie lucida "tale che un uomo possa specchiarsi".
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Il primo pavimento che può definirsi alla veneziana è il pastellone che sia Sansovino che Palladio definivano terrazzo.
"Ella si fa con calcina et tegoli o mattoni ben pesti, et s'incorpora insieme.
Vi si aggiunge una parte di scaglie di sasso istriano polverizzato, et questa mistura alquanto soda, si distende sul suolo di tavole ben fitto di chiodi, acciocchè non si torca et resista al peso.
Indi con ferri fatti a posta, si batte et calca per qualche giorno.
Et spianato ogni cosa et indurito ugualmente, vi si mette di sopra un'altra mano o coperta di detta materia, nella qual si incorpora ò cinapro, ò color rosso.
Et pio riposato per qualche giorno se gli da l'olio di lino, col quale il terrazzo prende il lustro per si fatta maniera, che lo uomo può specchiarvisi dentro."
Sul sottofondo come sopra eseguito e ben picchettato ,viene stesa "un'altra mano o coperta" come dice Sansovino, di cotto pesto e calce alla quale potevano venir aggiunte scaglie di marmo istriano (procedimento al quale penso siano pervenuti solo accidentalmente).
Rassodata la coperta fin quasi al completo indurimento, viene steso sopra e pressata con appositi attrezzi, calce e polvere di marmo opportunamente colorata con “cinapro, o colore rosso", meno spesso il giallo e solo raramente il verde. Esperti terazeri erano in grado di eseguire pavimenti di un colore con fasce laterali di colore diverso.
Dopo la stesura la coperta veniva levigata e pressata proprio come fosse un seminato. Lavata la superficie viene stesa la prima passata di pasta che viene costipata negli spazi anche relativamente grandi con una grande spatola con il manico.
La costipazione delle successive mani viene fatta con attrezzi sempre più piccoli per esercitare una pressione sempre maggiore sullo strato soprastante. Il pastellone così composto e così costipato elimina la parte d’acqua che ancora è presente. Essendo la calce un materiale traspirante l’acqua viene eliminata per evaporazione, se però l’ambiente è sufficientemente freddo, questa si raccoglie in gocce tali da sembrare un corpo che traspira.
Dopo l’asciugatura viene dato l’olio di lino crudo fino ad assorbimento totale da parte del pavimento. La lucidatura avviene strofinando con stracci di juta fino ad ottenere una superficie lucida "tale che un uomo possa specchiarsi".
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La coperta
La "coperta" consiste in cotto macinato e calce in rapporto di tre a uno.
In passato, anche in questo caso si trattava spesso di materiale riciclato, il cotto era appunto formato da coppi e mattoni macinati che provenivano spesso da altri cantieri. "Coperta" proprio perché copre il sottofondo ed ha uno spessore che oscilla intorno ai 3-4 cm. Per quanto riguarda la stesura nulla è cambiato rispetto al passato. Anche oggi questa viene impastata con qualche giorno di anticipo rispetto la posa per poterla avere ben amalgamata ed omogenea, in gergo "far marsir la coverta". Viene stesa con la cazzuola e livellata con la stadia.
Il giorno successivo alla posa, la coperta viene battuta con il "ferro da bater" al fine dei compattarla un po’ per permettere all’operatore di calpestarla senza affondare quando inizia la stesura dello strato successivo la "stabilidura", una mistura di calce e polvere di marmo in rapporto di uno ad uno, alla quale poteva venir aggiunta una piccola percentuale di cotto macinato finemente.
La “stabilidura” viene preparata con polvere di marmo, il cui spessore varia da una polvere impalpabile a 2-3 mm, e calce, dopo che questa è stata passata al setaccio più fine per toglierle tutte le impurità.
La stesura di questo strato viene effettuata con una speciale cazzuola di legno lunga circa 40 cm. rigorosamente piatta, che, essendo in legno, in gergo viene chiamata "fratonela". Solamente un operaio specializzato, con abili gesti consumati dall’esperienza è in grado di stendere questo sottile strato , che varia da 1 a 2 cm. di spessore, a seconda dello spessore del marmo che deve essere seminato in seguito. Considerando uno spaccato di pavimento, una sezione, ci si renderà subito conto del perché lo spessore della stabilidura debba variare in relazione allo spessore del marmo usato. Questo deve essere interamente inglobato nella stabilidura, quindi più grande sarà il marmo, proporzionale sarà lo spessore della stabilidura.
Un paio di giorni dopo è pronto per la "semina" che viene effettuata con molte cautele, dopo aver preparato il marmo nelle colorazioni e nelle granulometrie volute. Tratteremo in un paragrafo a parte alcune considerazioni sui marmi utilizzati.
Colui che semina il pavimento deve far molta attenzione che le scaglie di marmo non si sovrappongano le une alle altre. Se questo dovesse verificarsi, allora succederebbe che, durante la levigatura a fresco, le scaglie di marmo, dette anche sassi, se non completamente avvolti dal legante, cominciano a muoversi con lo strofinio dell’orso, causando dei profondi solchi, che difficilmente si riescono a riparare. Per questo motivo anche il procedimento di semina risulta particolarmente lungo e ancor più lungo se, invece di una semina normale, viene effettuata una semina a decoro.
Nel caso di ornati particolari, come fiori, foglie, stemmi, uccelli, il disegno viene preparato precedentemente su un foglio di carta a grandezza naturale e verrà poi poggiato sul luogo dove si intende eseguire il disegno. Lungo le tracce del disegno sono stati effettuati dei fori, attraverso i quali viene fatta passare della terra colorata mediante lo sfregamento con un tampone. Verrà così evidenziato il disegno che farà da guida alla semina. Lungo i segni lasciati dalla terra colorata, vengono posati, ad uno ad uno, i sassi che segnano il contorno il disegno. Nella zona esterna al disegno verranno poste delle ulteriori scaglie di marmo, questa volta del colore della zona non disegnata. Le più semplici decorazioni eseguite in questo modo sono le fasce. Questa operazione viene chiamata spolvero.
Si possono distinguere diversi tipi di fasce, ma la forma classica di decoro sui pavimenti alla veneziana consiste in una fascia esterna staccata dal resto del pavimento definito campo da una ulteriore fascetta definita contro-fascia.

La semina
La semina viene eseguita piegati a novanta gradi con le spalle protese in avanti e colui che semina ha legato i cintura un grembiule, che in gergo si chiama falda, nel quale sono raccolte le scaglie di marmo che via via verranno posate sulla stabilidura. Dopo la semina i marmi, che vengono appena poggiati sulla stabilidura, vengono conficcati nella stessa con l’uso della “colonna” ed abbondante acqua, fino a sommergerli completamente.Il modo di camminare dei terrazzieri in questi momenti, è molto particolare. Sembra che camminino sulle uova. Con il loro peso, infatti, potrebbero far sprofondare i marmi nella sottostante coperta e niente e nessuno sarebbe più in grado di farli riaffiorare. Per questo l’acqua, che deve essere abbondante, ma distribuita con omogeneità, non viene mai gettata a terra direttamente, ma distribuita sul rullo in movimento con l’ausilio di uno scopino, così che sia il rullo stesso a stenderla sul pavimento in maniera uniforme.Se l’acqua fosse troppo abbondante il terrazziere, nel passare su quel punto, creerebbe le “racche”, punti in cui i marmi sono affondati troppo e quindi non più visibili.Nelle zone perimetrali, non raggiungibili dai rulli, l'operazione di affondamento viene effettuata con una particolare cazzuola a forma quadrata. Lo stesso avviene nelle vicinanze di soglie o sulle zone seminate con la tecnica dello spolvero, particolarmente delicate in questa fase, perché le scaglie potrebbero "muoversi" e modificare così il decoro che si è andati a seminare.
Dopo aver “casà soto” le scaglie di marmo, inizia la levigatura, che nei pavimenti in calce deve essere effettuata interamente a mano. Lo strumento che viene adoperato è l’orso, cioè un lungo bastone con una speciale tenaglia alla quale viene attaccato il materiale abrasivo, una pietra pomice naturale. Questo attrezzo viene chiamato “orso” probabilmente a causa del particolare rumore che compie durante la levigatura, che ricorda il grugnito di un orso, oppure per la considerevole fatica che si deve fare per spingerlo.Il pavimento non deve assolutamente indurirsi se non dopo esser stato ben compattato, e per questo bisogna quindi evitare che i mattoni dei muri assorbano l’acqua dal pavimento. Per questo è molto importante che le prime zone ad essere levigate siano quelle esattamente adiacenti ai muri perimetrali, o comunque quelle che asciugano più in fretta.Con l’orso non si riesce a levigare in aderenza al muro, allora si è costretti ad eseguire la levigatura con un pezzo di pietra pomice inginocchiati a terra.Nei vecchi terrazzi dei secoli scorsi, non sempre le zone sotto muro venivano levigate e ben compresse, anzi è accaduto che, portando delle modifiche all’appartamento e aprendo delle porte dove prima non esistevano, al fine di ottimizzare lo spazio, le zone di incontro fra le due stanze si sono rivelate particolarmente fragili proprio per la mancata compressione.
Con l’orso viene levigato un pezzo di terrazzo di circa 1-1,20 mq. alla volta con movimenti ortogonali rispetto le pareti. La maestria del terrazziere sta nel levigare il pavimento senza che l’orso si “impunti”, vale a dire senza che, colpendo un sasso sporgente , lo si trascini creando uno sfregio sul pavimento. Dopo l’orsatura è il turno del “battipalo”, tronco di trave di legno al quale sono stati attaccati due manici per poterlo impugnare. Dopo il battipalo è il turno del ferro da batter, dopo questo viene la colonna, il rullo che serve per far prendere acqua al pavimento, per comprimerlo superficialmente e per togliere quelle ondulazioni lasciate dall’orso e dal ferro. Tutti questi strumenti, in maniera diversa, servono a comprimere le componenti del pavimento per dar loro solidità e compattezza.Levigare, battere con il battipalo, battere con il ferro da bater, passare con il rullo o colonna che dir si voglia, è il lavoro di una giornata. Il giorno successivo si ricomincia da capo. Ogni terrazziere può mediamente levigare dagli 8 ai 12 metri quadri al giorno. Se la superficie è più ampia è necessario un maggior numero di persone che spingano l’orso, che levighino i contorni, che battano con il battipalo. Quindi per una stanza di circa 20 mq. occorrono almeno 5 persone altamente specializzate per un periodo di tempo che varia da 7 a12 giorni lavorativi solo per la levigatura.Terminata la levigatura il pavimento viene accuratamente lavato per togliere tutto il materiale di risulta della levigatura. Viene quindi coperto con una “pastella” composta di calce e terre colorate per dare la colorazione superficiale. Questa viene cosparsa sul pavimento e ben compressa con l’uso dell’orso, ma “armato “ di una pietra particolarmente dura da non lasciare residui durante lo strofinio. La parte in eccesso viene tolta con una spatola.Lasciato riposare il tempo necessario perché si asciughi, viene cosparso per bene con quella che viene chiamata “la saponata”, un composto a caldo di acqua, sapone di marsiglia ed olio cotto. Operazione che serve per l’indurimento della calce e per rendere facilmente lucidabile la superficie.Solo in questi ultimi anni si è scoperto che l’elemento principale per la presa della calce è la glicerina. Questa era presente nell’olio cotto che veniva dato ai pavimenti fino alla fine del secolo scorso, ma, la progressiva eliminazione di scorie dalla preparazione della cottura dell’olio, ha fatto si che l’olio preparato attualmente sia così puro da non possedere la quantità di glicerina necessaria alla calce. Così, se si vuole far aderire bene la calce nella stesura della saponata è bene aggiungere della glicerina nella soluzione al 3%.Dopo l’assorbimento dell’olio cotto, che per propria natura rimane nelle zona superficiale del pavimento, si comincia la stesura dell’olio crudo, che viene dato in maniera abbondante fino a che il pavimento ne riceve. L’olio crudo viene assorbito e penetra nel pavimento dandone compattezza e corpo.Il pavimento viene quindi lasciato riposare per un periodo che varia dai quattro ai sei mesi, dopo di che , se non necessita di un’ulteriore “mano” d’olio, può venir calpestato nell’uso comune.Questo ovviamente nei pavimenti di nuova fattura, perchè i vecchi pavimenti che necessitano di manutenzione, spesso, sono già ingrassati abbastanza. Ma questo è un procedimento che vedremo più avanti, nel capitolo dedicato alla manutenzione.

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