Chiesa di San Giorgio Maggiore
Cenni storici
L’isola di San Giorgio posta geograficamente in un punto nodale della futura città di Venezia, in quello che diventerà la prima cartolina della città insulare, il bacino di San Marco, era conosciuta fin dai tempi romani tanto che il Brusegan nel suo Le chiese di Venezia indica come insula Memnia dal nome dei proprietari romani dell’isola. Su quest’isola, conosciuta come isola dei cipressi, nel IX secolo venne edificata la prima chiesa in legno intitolata a San Giorgio. La vera storia dell’isola così come la vediamo oggi, è da iniziare con la fondazione del convento benedettino ad opera dell’abate Giovanni Morosini su concessione del Doge Tribuno Memmo. Ingrandendosi sempre di più, ospitando i rampolli delle famiglie più influenti della città, il convento segue le evoluzioni della città diventando sempre più ricco e potente tanto da ospitare le reliquie di numerosi Santi della cristianità come Cosma e Damiano, il patriarca Eustachio, Paolo martire e le spoglie di S. Stefano, così che ogni anno il giorno di Natale i Dogi vi si recheranno in visita solenne, tanto da diventare una delle maggiori feste notturne veneziane.
Divenuta grande e potente la città anche il convento crebbe d’importanza fino a diventare per la cristianità punto nodale delle scelte del papato.
Nel 1800, quando i francesi minacciarono il papato a Roma, il conclave fu spostato su quest’isola.
Il pontefice Pio VII fu eletto proprio nel monastero di S. Giorgio. Purtroppo i francesi saccheggiarono anche qui e dei tesori artistici accumulati durante i secoli non rimase più nulla.
La facciata
Grazie al geniale progetto di Palladio, S. Giorgio forma un contrappeso ideale a piazza S. Marco, dall’altro lato del bacino.
La chiesa presenta nella sua facciata, su diversi piani, due frontoni di tempio di un bianco abbagliante, realizzati in pietra d’Istria. Il frontone centrale, quello più alto, ha le colonne incassate, poste su alti piedistalli, e un timpano triangolare completo. Con geniale maestria le colonne del frontone più alto sembrano dissolvere il timpano del frontone più basso che è parzialmente visibile. In questo modo le forme si compenetrano in modo elegante e raffinato.Questa tripartizione della facciata esaltata dalla parte centrale più alta riflette la suddivisione spaziale interna della basilica. La cupola impreziosisce e sottolinea la dinamica verticale della facciata.
L’interno
Palladio scelse la forma a croce latina, della basilica con transetto absidato e con le navate laterali più basse.
L’illuminazione interna è data da grandi finestre termali a semicerchio aperte nella volta a botte.
La divisione delle tre navate è scandita da semicolonne posizionate su alti piedistalli (come nella facciata). Le semicolonne sono accompagnate da paraste più basse. Attraverso la scelta del contrasto tra l’intonaco bianco candido e la pietra d’Istria, per sua natura tendente al grigio, Palladio mette in evidenza le diverse funzioni della parti architettoniche. La alte semicolonne sostengono il soffitto, le paraste invece reggono gli arche aperti sulle navate laterali.
Ha nel fondo, nel grandioso presbiterio, l’altare maggiore un po’ isolato rispetto all’insieme, e dietro ad un poderoso intercolumnio vi è il coro sviluppato in un insieme di grandiosa solennità romanamente concepita. Alle pareti laterali si possono ammirare due capolavori di Jacopo Tintoretto, qui collocati posteriormente il 1591. a destra vi è l’Ultima Cena, in questa scena tutto è avvolto in un turbinio di luce e di ombra; a sinistra invece vi è il cader della manna, scena paesaggistica dell’arte tintorettiana, in cui il soggetto è preso a pretesto per poter ritrarre un ambiente campestre.
Attraverso questo gioco di forme armoniose e grandiose allo stesso tempo, la basilica emana un senso di serenità incutendo anche una sensazione di reverenza.
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